Prato, 28 marzo 2025 – I prezzi dell’elettricità all’ingrosso nel 2024 sono stati in media superiori dell’87% rispetto a quelli francesi, del 70% rispetto a quelli spagnoli e del 38% rispetto a quelli tedeschi, non è difficile comprendere le difficoltà che incontrano le imprese italiane a restare competitive.
Dopo Confindustria Toscana Nord anche Cna si aggiunge al coro delle proteste per i rincari aggravati dal mancato accesso per le micro aziende, che rappresentano la stragrande maggioranza del tessuto artigiano pratese, agli stanziamenti del governo. Prato non ha accesso ai benefit statali che porterebbero almeno una boccata di ossigeno al sistema. Energia sempre più cara che si traduce in aumenti stimati da Cna dal 55% fino addirittura al 100% dei costi. Un’enormità.
E così dopo l’emanazione del decreto sulle bollette che ha stanziato 1,6 miliardi di euro per il sostegno alle famiglie e 1,2 miliardi per le aziende, Cna evidenzia come oltre un milione di micro e piccole imprese italiane – molte delle quali pratesi – siano rimaste escluse dai benefici previsti. Il presidente nazionale Dario Costantini chiede un intervento urgente per includere queste realtà nel piano di sostegno, garantendo equità nel supporto economico. Inoltre, Cna insiste sulla necessità di una riforma strutturale degli oneri generali di sistema (ossia gli importi che devono essere versati per legge dai clienti del sistema elettrico a copertura di attività di interesse generale), che attualmente gravano in modo significativo sulle imprese del commercio, incidendo fino al 26% sulla bolletta elettrica. A pesare sulle imprese non c’è solo il mercato in stallo, ma anche gli aumenti di gas e energia: Francesco Viti, presidente della filiera della moda di Cna Toscana Centro, rincara la dose evidenziando che dai dati di una recente indagine sugli associati di Cna Toscana Centro è emerso che le ultime bollette del 2024 rispetto a quelle dell’analogo periodo del 2023, hanno fatto registrare una nuova impennata dei costi sostenuti dalle micro e piccole imprese con aumenti registrati che vanno dal 55% fino addirittura al 100%.
“A essere colpite maggiormente e non coperte dai fondi del decreto bollette, sono quindi proprio le imprese caratteristiche del distretto, non così grandi da consumare in media 1 gigawattora l’anno e quindi non classificabili come elettrivore e neppure così piccole da essere allacciate alla bassa tensione, e sono queste le uniche tipologie previste dalla norma per accedere agli sgravi”, prosegue Viti “per le nostre imprese oggi è impossibile competere con spagnoli e francesi che pagano l’energia meno della metà. Tanto per fare un esempio, oggi le quotazioni del gas alla borsa di Amsterdam sono inferiori di quasi l’80% rispetto all’estate del 2022 e il prezzo dell’energia all’ingrosso (Pun) nello stesso periodo è sceso del 75%. Questa riduzione però non si trasferisce su famiglie e imprese che stanno pagando l’energia soltanto il 15% in meno rispetto ai picchi di tre anni fa. Questi numeri ci dicono una cosa molto semplice: la liberalizzazione non ha funzionato e serve molta più concorrenza sul mercato dell’offerta. Per questo rivolgiamo un appello forte ai parlamentari del territorio affinché contribuiscano a mettere le basi per un mercato unico dell’energia e pongano grande attenzione a questo problema che danneggia pesantemente le imprese e condiziona in senso negativo la nostra capacità competitiva”.
Ci sono vari fattori che penalizzano l’Italia: la crisi energetica ha portato a un drastico aumento del costo di energia elettrica e gas naturale, aggravato dalla guerra in Ucraina e dalle sanzioni alla Russia, uno dei principali fornitori di gas per l’Europa prima dello scoppio del conflitto nel febbraio del 2022. Tra i quattro “big market” dell’Ue, (Francia, Germania, Spagna) quindi, l’Italia è quella che offre le condizioni più svantaggiose per le imprese. In Europa, in media, le tasse pesano il 16,6% sulle bollette delle aziende. In Italia, invece, questa percentuale è del 26%, come evidente dagli ultimi dati Eurostat.Si tratta di un evidente svantaggio competitivo per le aziende italiane che devono fare i conti con un carico fiscale maggiore anche per quanto riguarda l’uso dell’energia.
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