Sostenibilità aziendale: come misurare il valore sociale


Finita la stagione della chiusura dei bilanci economico finanziari della maggior parte delle aziende, inizia quella della classificazione dei conti, con relativa divulgazione mediatica.

È molto interessante assistere al susseguirsi di eventi e pubblicazioni relativi ai risultati dichiarati dalle nostre imprese Top nell’esercizio 2023. Quello che però
è oggi limitato è il fatto di considerare volume d’affari e profitto come gli unici indici di classificazione del merito.

Va bene premiare le nostre migliori aziende in funzione di quanto fatturano e fanno guadagnare ai loro proprietari; ma forse sarebbe meglio classificarle nella misura in cui generano valore sociale e rispettano il territorio.

Sostenibilità: come misurarla e i parametri da prendere in esame

In un’era in cui le aziende non possono più essere solo delle mere macchine da soldi e stanno assumendo un ruolo sociale e ambientale sempre più strategico, è da considerare superato continuare a contare per abitudine solo i soldi, come si faceva nei secoli scorsi.
Occorre iniziare a valorizzare e far conoscere altri aspetti qualitativi delle nostre aziende, per esempio misurando quelli relativi alle ricadute sociali delle scelte sul lavoro.

Ecco alcuni criteri da prendere in esame, sapendo:

  • a quanti collaboratori offrono impiego;
  • se sono in Italia oppure offshore;
  • se offrono contratti stabilizzati o solo forme di precariato;
  • quanti dipendenti hanno un contratto a tempo indeterminato;
  • quali sono le proporzioni di genere e se rispettano i principi di diversity, equity, inclusion;
  • quanto valore aggiunto ha generato sul territorio il personale locale;
  • chi paga meglio i propri collaboratori;
  • se applicano concreti piani di formazione, crescita e sviluppo professionale e personale;
  • se prevedono politiche di welfare.

La raccolta e la classificazione di questi dati permetterebbe di definire una classe di merito delle imprese, per stabilire quali sono davvero le migliori sotto il profilo della sostenibilità a 360 gradi.

Volume d’affari e profitti

Questi dati, volume d’affari e profitti, non sono direttamente correlati all’impatto sociale e ambientale. Per esempio è oggettivo che la generazione di lavoro di qualità nel territorio di appartenenza (valore distribuito, condiviso, collettivo) abbia una ricaduta per la nostra comunità molto maggiore della generazione speculativa di profitti per i proprietari delle società (valore finanziario, concentrato in poche persone).
Il fine (quello dei profitti) non può giustificare ogni mezzo (lo sfruttamento dei fattori di produzione).

La scarsa flessibilità della normativa del lavoro

Anche a causa di una normativa del lavoro purtroppo ancora troppo rigida e ambigua spesso gli imprenditori italiani riducono al minimo l’assunzione di persone a tempo indeterminato e preferiscono avere meno dipendenti possibile, sostituendoli con il precariato o con la terziarizzazione di produzioni e servizi fuori dall’Italia.

La conseguenza è un progressivo impoverimento economico e fiscale del nostro Paese.

Riportare al centro il capitale umano: il ruolo del censimento dei titoli e delle certificazioni

Se vogliamo combattere efficacemente fenomeni come la crisi demografica e la fuga dei cervelli all’estero, per rilanciare la prosperità dei nostri territori, dobbiamo cambiare anche questa cultura, riportando al centro le persone e il lavoro di qualità.

Serve l’aiuto della politica e degli enti regolatori, ma è importante partire subito anche dai media dando un segnale diverso, positivo e costruttivo. Vale per gli imprenditori, che possono decidere chi, dove e come assumere, come per i lavoratori, che hanno il potere di decidere se rimanere in Italia oppure no.

Vale anche per tutti i cittadini e contribuenti, al fine di costruire un nuovo patto sociale di reciproca fiducia collettiva con le imprese e lo Stato.

Il censimento dei titoli e delle certificazioni che definiscono e verificano la responsabilità d’impresa potrebbe essere un altro elemento importante da evidenziare per aiutare l’opinione pubblica a farsi un’idea sulla qualità delle nostre imprese.
Ne esistono vari, molto autorevoli, come per esempio:

  • società benefit e report di sostenibilità;
  • certificazioni ambientali (esempio ISO 14001, EMAS, Carbon Neutral) e sociali (esempio SA8000, ISO26000, B-Corp);
  • parità di genere (UNI/PdR 125:2022);
  • rating di legalità (AGCM).

L’esempio del Veneto

Nel Veneto ci sono oggi 39 società certificate B-Corp su un totale Italia di 300 (in crescita), dietro a Lombardia con 115 e a Emilia Romagna con 46. Lo riporta B Lab Italia. Non a caso queste sono le regioni che costituiscono il nuovo triangolo industriale.

Le società benefit italiane hanno registrato una tendenza di crescita importante, pari al 37,8% del 2023 sul 2022, quelle venete sono 359 su un totale di 3.619.

Misurare la sostenibilità delle aziende: la ricerca nazionale sulle società benefit

Le loro migliori performance rispetto alle non-benefit emergono in una recente “Ricerca Nazionale sulle Società Benefit” anche sul piano economico: una più alta produttività (nel 2022 valore aggiunto per addetto pari a 62.000 euro contro i 57.000 euro) e livelli di crescita più elevati nell’Ebitda margin con il rapporto tra margine operativo lordo e ricavi che è passato da 8,5% nel 2019 a 9% nel 2022 per le società benefit e da 8,1% a 8,3% per le non-benefit.

La ricerca evidenzia, inoltre, come le società benefit riconoscano maggiormente il valore del capitale umano (costo del lavoro mediano per addetto di 41.000 euro contro i 38.000 euro), restituendo dunque una maggiore ricchezza ai lavoratori.
È un modello win win, che offre l’opportunità di un rinascimento economico, sociale e ambientale ai nostri territori e che va fatto conoscere e apprezzare per favorire lo sviluppo dell’enorme potenzialità di questa nuova cultura d’impresa e del lavoro, al tempo stesso più competitiva e sostenibile.



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