La decisione del presidente Trump di varare una esplosiva politica di dazi riveste un valore propagandistico. Serve solo a raggranellare grosso modo un triliardo di dollari per rifinanziare gli sgravi fiscali disposti nel suo precedente mandato. Per mantenere le nuove promesse elettorali ne servirà qualche ulteriore triliardo e vedremo dove lo andrà a pescare.
Ma dopo la propaganda, c’è la realtà. Certo, lo show della Casa Bianca che ha messo l’operaio americano al centro del mondo, può avere conseguenze positive per la “pancia” del paese. Ma, come gli Stati Uniti ci hanno insegnato da tempo, oltre l’industria c’è di più. C’è la finanza e, con essa e prima di essa, la moneta.
Allora sarebbe sano realismo considerare gli effetti sul dollaro delle misure adottate. Gli scenari sono diversi. Un eventuale blocco delle importazioni diminuirebbe i pagamenti in dollari diretti al resto del mondo, contraendo la quantità di moneta circolante. Tutti ricordiamo la fase in cui la doppia circolazione rappresentata da eurodollari e petrodollari sancì l’incontrastata potenza mondiale della valuta statunitense. Da allora essa ha assunto la caratteristica di moneta di scambio e riserva mondiale. Ben presto tutto ciò potrebbe finire. Gli investitori internazionali non la considererebbero più una sorta di bene rifugio e volgerebbero il loro interesse ad altri lidi. Alcuni paesi emergenti, in particolare la Cina, riterrebbero giunto il momento di rafforzare la stabilità della loro valuta per farne una alternativa al dominio finora incontrastato di quella americana.
Dazi Trump, proteste in Usa e nel mondo
Nell’opposta ipotesi in cui il livello delle importazioni si mantenesse sostanzialmente stabile, gli americani dovrebbero pagare di più per gli stessi beni, con la conseguenza di far partire una fiammata inflazionistica.
In entrambi i casi, è logico attendersi una diminuzione del benessere del cittadino statunitense, che porterebbe ad una contrazione della domanda, e, con essa, della crescita del Pil. La sola ipotesi di un simile scenario è già di per sé in grado di allontanare gli investitori. Con la conseguenza di rendere più difficile il finanziamento delle imprese, potenzialmente condannandole ad un autunno tecnologico.
Ma non solo. Diventerà sempre più difficile reperire il denaro per finanziare il crescente deficit federale, già oggi di dimensioni preoccupanti. A questo punto la Fed, come sostiene il suo presidente Powell, che proprio per questo è stato attaccato duramente da Trump, sarà costretta ad alzare i tassi di interesse, con l’effetto di far aumentare ulteriormente il debito e penalizzare le imprese. In sostanza, si avvierebbe una fase di forte contrazione dell’attività economica. In quest’ultima settimana il valore di borsa dei titoli bancari ha risentito fortemente della novità. Di conseguenza, è ragionevole ritenere che le banche già scontino un incremento delle future crisi industriali e inizino a prepararsi ad aumentare le loro riserve patrimoniali, per evitare il peggio. Con effetti restrittivi sul credito disponibile. Il cane si morde la coda.
In conclusione, qualunque sia l’esito finale della manovra, l’America si troverebbe domani in una posizione economica peggiore di quella di oggi. Nello scenario più probabile, quello inflattivo, gli americani pagherebbero molto di più i prodotti importati. In quello auspicato da Trump, dove sarebbero i consumatori del resto del mondo a necessitare di una maggiore quantità di prodotti americani, il dollaro si rafforzerebbe. I beni diretti all’estero sarebbero sempre più costosi e crollerebbero le esportazioni.
Quanto all’Europa, infine, si potrebbe riaprire una fase di tassi tendenti allo zero, finalizzati settorialmente a finanziare la riconversione delle imprese danneggiate dai dazi. In entrambi i casi trionferebbe l’irrazionalità economica, che la storia ha dimostrato essere la madre di tutte le tragedie politiche.
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