Guerra commerciale, Europa in ordine sparso ma con le big tech nel mirino


La bacchettata del più 20% dei dazi sull’import dalla Ue, la «mini Cina» «patetica» e «nata per fregare gli Usa» secondo Trump, entrerà in vigore il 9 aprile. Mentre da ieri è in vigore il tasso del 10% generale, che colpisce alcune zone periferiche della Ue, che pur facendo parte del territorio doganale dell’Unione sono fiscalmente considerate zone terze: dopo che la presidente della Réunion, Huguette Bello, ha definito Trump «ignorante» e il deputato di Saint-Pierre et Miquelon ha sottolineato «l’incompetenza dell’amministrazione Usa», gli Stati uniti sono stati costretti a correggere i dazi imposti a queste isole francesi (rispettivamente 37% e 50%).

La Banca centrale europea calcola che con il rialzo dei dazi l’economia della Ue subirà un calo dello 0,3%, nel caso non vengano decise ritorsioni. Invece, se Bruxelles – che ha competenza sul commercio estero – decidesse di reagire allo stesso tono il rischio è una diminuzione dell’economia dello 0,5%. Ma gli analisti di J.P.Morgan sono più pessimisti e parlano di «recessione» in vista. Il commissario al commercio Maros Sefcovic ha ripreso contatto con l’amministrazione Usa – dopo due viaggi a Washington senza risultati – e afferma: «Sono stato molto chiaro, la Ue è impegnata ad aprire negoziati seri, ma è egualmente pronta a difendere i propri interessi». Gli Usa sono il primo partner commerciale della Ue, rappresentano un po’ più del 20% per i 27 (20 sono in attivo), con un surplus generale di una cinquantina di miliardi tra scambi di beni e scambi di servizi. C’è una vera dipendenza Ue per petrolio, gas, nucleare civile, alcuni prodotti chimici. Ma c’è un 20% di prodotti dell’export Usa che possono diventare un bersaglio mirato (l’ottica di precisione, certi beni elettrici).

Per il momento, le capitali si agitano. Da chi trema e chiede una de-escalation senza lottare (Roma) fino a chi pensa a un’offensiva mirata (Francia e Germania). La Spagna intende proteggere le proprie imprese con finanziamenti di sostegno, in Francia – dove la proposta di Emmanuel Macron di sospendere temporaneamente gli investimenti europei negli Usa ha lasciato perplessi i grossi esportatori – martedì ci sarà un consiglio nazionale industria e Macron, ieri al telefono con il primo ministro britannico Keir Starmer, non esclude «una guerra commerciale, che non è nell’interesse di nessuno». La Germania, primo esportatore, è senza governo e con il peso del 25% di dazi sulle auto, ma il premier eletto Merz si distingue per il suo assoluto silenzio sui dazi. Il rischio è che Trump riesca a dividere gli europei, che si scateni il si salvi chi può di ogni stato.

Intanto, a metà aprile sono programmate le ritorsioni per gli aumenti del 25% su acciaio e alluminio: c’è una lista, che vale 26 miliardi, e che colpisce in particolare i prodotti di stati americani repubblicani (da cui è stato tolto il bourbon, per evitare il 200% su vino e cognac minacciato da Trump). Ma di fronte all’attacco di mercoledì scorso, l’idea allo studio è di non proseguire su questa strada ma di colpire dove fa più male, cioè dove gli Usa sono in attivo nell’export verso la Ue: i servizi digitali (streaming, software, cloud). Sono settori non tassati, perché ancora sotto la moratoria della moribonda Wto. E difficili da tassare: ma pagano l’Iva, quindi la fatturazione può essere individuata. Bruxelles ha smentito l’informazione del New York Times, secondo cui sarebbe in preparazione per l’estate una mega multa di 1 miliardo di dollari per la piattaforma X di Musk, per il mancato rispetto del Dsa (Digital Service Act), per non aver lottato sufficientemente contro contenuti illegali, fake news, manipolazione di algoritmi. È un’inchiesta aperta nel dicembre 2023. Il Dsa varato nell’ottobre 2022 è il vero bersaglio, insieme al Dma (Digital Market Act), della big tech Usa che accusano la Ue di «censura». Sotto accusa anche Meta e Apple. Ma finora Bruxelles ha esitato a portare l’affondo.

Un’altra strada è la ricerca di accordi commerciali con il resto del mondo. Ne esistono una quarantina, con una settantina di paesi o regioni. Altri venti sono in via di conclusione. Ceta (Canada), Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay), Malaysia, Indonesia, Australia, a gennaio è stato aggiornato l’accordo con il Messico. L’altra forza della Ue è che il grosso degli scambi sono all’interno del mercato unico (scambi intra-europei minori del 50% solo per Irlanda, Cipro e Malta).



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